Memoria e Memorie

Io che non ho capito niente
Tu che non mi basti mai
E mi dai tutto
Io che non so fermare il tempo
Tu che non mi vedi mai
E sono dappertutto
….
Come l’estate piena di luce
Tornera’ la nostra storia
Ora e per sempre senza grida
Come un bacio
Come la pioggia il sentimento
Spegnera’ la nostra rabbia
Solo una goccia
Sopra il viso
Poi ancora il sole

Gianna Nannini

A Trani hanno riscoperto le loro radici ebraiche, anzi ‘marrane’
di Danilo Curci – venerdì, 11 maggio 2007, 18:24
Trani ebraica: così piccola, così importante
Pubblicato il Venerdì, 24 dicembre @ 12:52:44 CET
di Daniel Della Seta
In questa città una lunga tradizione talmudica

Rinasce l’anima ebraica più autentica, ritornano le tradizioni, riemergono luoghi e oggetti, vengono restituiti ai naturali proprietari le sinagoghe, l’emozione, capirete, è reale, sia da parte degli eredi di quella comunità antica che dopo 463 anni torna a splendere, sia per qualunque spirito che abbia a cuore tradizione, cultura, filosofia ebraica.

E tornare in questa grande splendida cittadella di 60mila abitanti, a pochi anni di distanza ha un sapore particolare. Da semplice turista a parte integrante del tessuto visibile cittadino, incamminandosi tra le mura e il castello svevo, tra la cattedrale sul mare i vicoli dove penetrano a fatica i raggi di luce, mentre sul porto l’odore di pesce rammenta le origini del borgo e tutt’intorno il luccichio delle acque riflette un sole caldo che dona energia, e illumina il cuore. E’ un cammino verso la storia, a ritroso nel tempo.

E che sorpresa nel chiedere una semplice indicazione: ci imbattiamo per caso, nell’unico ebreo tranese che passeggiando nel pomeriggio assolato, sembra un personaggio teatrale a metà tra realtà e finzione. Sembrava quasi ci aspettasse, ma non è così. A volte la vita riserva dei momenti di forte intensità. La stella di David che pende dal collo fuga qualunque dubbio.

E’ Abramo Zecchillo, una vita spesa tra Italia ed Israele, cinquantenne anima errante e sta attendendo una delegazione di lubavitch da Roma. Allora è vero. Riemerge la comunità ebraica in Puglia. Viene ricostituita la Comunità ebraica pugliese.

Fra gli artefici Shalom Bahbout, membro dell’Ufficio rabbinico della Comunità ebraica di Roma, ha promosso questo ritorno alle origini ed ha contribuito concretamente a riaprire un primo registro su cui riportare i nomi di quanti facciano esplicita richiesta d’iscriversi, perché ebrei praticanti o già iscritti presso altre comunità israelitiche italiane o estere. “La costituzione della comunità pugliese non ha finalità di proselitismo – ha sottolineato Bahbout – ma intende soltanto riprendere con speranza quell’itinerario interrotto bruscamente nel 1541, allorché l’editto di espulsione dal Regno di Napoli, emanato dal re spagnolo Ferdinando, colpì gli ebrei del Sud d’Italia“.

Trani è il faro dell’ebraismo in tutta la Puglia, ma anche nel mondo; il più antico codice ebraico è nato a Trani da Isaia il Giovane e sono due i grandi maestri dell’ebraismo mondiale che vi hanno vissuto: Isaia da Trani nel tredicesimo secolo e Mosè da Trani nel sedicesimo secolo. Nella storia più recente in Puglia, che mostra nel 1940 un episodio a Sannicandro Garganico di conversione collettiva che ha portato numerosi pugliesi in Israele, la piccola comunità ebraica di Trani è oggi un riferimento per tutto il Sud Italia.

Tra le personalità più appassionate e entusiaste del progetto è certo Francesco Lotoro. Il direttore d’orchestra e responsabile del locale Istituto di musica giudaica, ha voluto fortemente l’assemblea, che ha sottolineato il profondo significato della costituzione della comunità, che richiamerà a Trani gli ebrei che risiedono in Puglia, da Sannicandro Garganico (dove ne sono presenti circa cinquanta) a Bari (che conta sette famiglie), dalla stessa Trani, Cisternino, dove vivono tre famiglie, a quelle sparse tra Brindisi, Copertino e Otranto, e che torneranno a praticare la propria religione in una città che ha rappresentato, dal IX al XVI secolo, l’autentica culla dell’ebraismo europeo. A Trani, infatti, avevano sede ben quattro sinagoghe, e vi operarono importanti biblisti e talmudisti, come i citati Isaia ben Malì e suo nipote Isaia il Giovane.

Il giorno che mi sposai a Roma il rabbino mi disse di impegnarmi per riportare in vita le ossa secche, quelle degli ebrei di Trani e quelle dei musicisti dei campi di concentramento della cui arte la Shoah ha privato il mondo – racconta Lotoro – Far rinascere questa comunità è anche un simbolico omaggio a chi come me, esercita una professione e rammenta nella sua produzione la Shoah, intesa come dovere di ogni uomo. Personalmente non credo molto nel dialogo con il mondo cattolico e musulmano, ma so che l’Universo è immerso in suoni musicali ordinati secondo un sistema armonico. Chi ascolta la musica meravigliosa dei grandi artisti che abbiamo perso nella catastrofe – conclude – ascolta un testamento di dialogo fra i popoli attraverso la musica“.

Siamo quindi pronti ad inaugurare la la Scolanova di Trani, la nuova Sinagoga riconsegnata dal Sindaco Giuseppe Tarantini e dal sovrintendente ai monumenti ai legittimi proprietari, dopo ch’era stata trasformata in chiesa nel XIII secolo: si tratta della chiesetta dedicata alla Madonna e nota come Nova, che si trova in via La Giudecca, fra il porto e la cattedrale, chiusa al culto da diversi anni. L’edificio, restaurato presentava un’immagine di Maria dipinta sul muro orientale, là dove gli antichi ebrei collocavano l’armadio sacro contenente la Toràh, in attesa di essere rimossa e trasferita presso il Museo diocesano. Con “Lunga vita alla vita!”, titolo di un’operetta scritta in campo di concentramento a Terezin dal musicista Karel Svenk, è stato compiuto il primo passo di un percorso ambizioso e pieno di orgoglio per un ritorno alle origini e alla tradizione di rinascita dell’ebraismo pugliese sostenuto dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane. Amos Luzzatto, sarà il 27 Dicembre a Trani ad ufficializzare l’avvenuta rinascita, mentre l’onorevole Gabriella Carlucci, si è attivata come deputata del collegio, permettendo alla cittadina entro il 2005 di poter beneficiare dei finanziamenti per i beni ebraici, al pari di Napoli e Casale.

E la suggestione mista a commozione nel riascoltare Shachrit, Musaf, Minchà, Neillà, e Arvith, rappresenta l’apice dell’emozione.

http://www.shalom.it/modules.php?name=News&file=article&sid=335

In occasione del nuovo anno ebraico (entrato nel fine settimana scorso) vi propongo la notizia del lunario (calendario lunare) pubblicato dalla piccola comunità di Trani, molto particolare perché risorta dopo più di 500 anni dall’Inquisizione che obbligò gli ebrei ad andare via dal Regno delle due Sicilie o a convertirsi al cristianesimo. (ma questa è un’altra storia che vi racconterò più in là).
E’ stato presentato lunedì scorso (18/9 NdFdG), presso la Sinagoga Scolanova di Trani, il Lunario di Trani dell’anno ebraico 5767, corrispondente all’anno civile 2006-2007 e curato anche quest’anno da Grazia Tiritiello e Francesco Lotoro. Il Lunario di Trani 5767 (120 pagine con agenda e scorci fotografici di Trani realizzati da Alessandro Bove) è pubblicato dalla Rotas di Barletta e quest’anno gode del patrocinio dell’Istituzione internazionale ebraica Keren Hayesod. La presentazione sarà tenuta dal presidente della Sezione di Trani e dell’Associazione Italia-Israele di Bari Prof. Guido Regina, dall’Assessore alla Cultura del Comune di Trani Avv. Nicola Quinto e dal Rav Shalom Bahbout il quale terrà una lezione sul sistema calendalunare ebraico.
La presentazione del Lunario di Trani 5767 ha preceduto di pochi giorni alcune delle più importanti ricorrenze della vita religiosa ebraica ossia quelle di Rosh haShanà (il Capodanno ebraico che quest’anno comincia la sera del 22 settembre), Yom Kippur o Giorno del Perdono (dalla sera del 1 ottobre) e Sukkoth o Festa delle Capanne (dalla sera del 6 ottobre), in occasione della quale la comunità ebraica tranese monterà una capanna nei pressi della Sinagoga Scolanova. Il calendario ebraico è il più antico annuario delle civiltà mediterranee e mediorentali. Esso si basa sul computo cronologico dalla Creazione del mondo così come descritta nel Libro della Genesi. L’anno ebraico è diviso in 12 mesi lunari di 29 o 30 giorni (salvo l’anno cosiddetto embolismico che cade ogni 2-3 anni ed è di 13 mesi) e comincia nel settimo mese della prima luna nuova (quella del mese solare di marzo).
Il Lunario di Trani è stato definito il più bel Lunario italiano, è una importante vetrina della Puglia multiculturale ed è la più significativa espressione della rinascita dell’Ebraismo a Trani. Assieme alla comunità-madre di Napoli, Trani sta promuovendo sul piano culturale, religioso e storico la riscoperta dell’Ebraismo di Puglia che oggi vede coinvolte le Amministrazioni Comunali di Sannicandro Garganico, Oria e a breve anche Otranto in un progetto culturale regionale.
Ma l’anno ebraico che sta iniziando porta con sé un ambizioso progetto dell’Ebraismo tranese: la nascita dell’Università Ebraica di Trani nel complesso attiguo alla Sinagoga (i lavori partiranno da gennaio 2007) la quale non solo sarà la sede dell’antico matroneo e dell’Ufficio Rabbinico ma altresì di un Centro di alti studi ebraici. Con il Lunario, l’Ebreo ha in evidenza sia il calendario civile che quello religioso, lo Shabbath e le festività nonchè le coordinate astronomiche ebraiche di Trani, indispensabili per l’entrata e l’uscita dello Shabbath (il Sabato ebraico), le Feste e i digiuni. Il Lunario di Trani 5767 è arricchito di elementi di storia del pensiero e del costume ebraico, riflessioni rabbiniche sulla vita religiosa ebraica, storia dell’Ebraismo, descrizione dell’attività ebraica a Trani, glossario, menù completi che permettano di cucinare secondo l’uso kashèr utilizzando cibi e prodotti della cucina pugliese.

“L’EBRAISMO IN TERRA DI PUGLIA”

ATTI DEL SEMINARIO

http://www.fondazionericosemeraro.it/images/news/412006_132952_863.DOC

Immagine Danilo Curci
Emanuele Luzzati
di Danilo Curci – sabato, 27 gennaio 2007, 14:12
This animated short opened the First Italian Animation Film Festival at the Metreon Action Theater in San Francisco, September 27 — October 6, 2003.

Organized by the Istituto Italiano di Cultura in collaboration with the Cineteca Italiana di Milano and Italian animator and cartoonist Piero Tonin as curator.

The series includes work by Italy’s animator masters Bruno Bozzetto, Gianini & Luzzati, Osvando Cavandoli, Guido Manuli and Enzo D’Alò.

It also features restored copies of Cioni Carpi’s short films from the 1960’s and Italy earliest animated advertisements from the 1920’s.

http://www.pierotonin.com

http://www.youtube.com/watch?v=0k17jrwsKeM

http://www.museoluzzati.it/pag.php?id=2

http://www.museoebraicobo.it/luzzati.htm

ZAZIE 1

COMMEDIA ARMONICA IN UN ATTO
Da Zazie nel metro di Raymond Queneau
Libretto dalla traduzione di Franco Fortini
Musica di Andrea Basevi
Scene di Emanuele Luzzati
Regia di Andrea Nicolini
Assistente alla regia Patrizia Ercole
cantano Francesca Rota (Zazie), Patrizia Ercole (Marceline), Andrea Nicolini (Gabriel)

http://www.youtube.com/watch?v=mccPnuCY7u4

ZAZIE 2

COMMEDIA ARMONICA IN UN ATTO
Da Zazie nel metro di Raymond Queneau
Libretto dalla traduzione di Franco Fortini
Musica di Andrea Basevi
Scene di Emanuele Luzzati
Regia di Andrea Nicolini
Assistente alla regia Patrizia Ercole
cantano Francesca Rota(Zazie), Patrizia Ercole (Mouaque), Andrea Nicolini (Gabriel)

http://www.youtube.com/watch?v=wwpYqfSoLK4

EMANUELE LUZZATI

Emanuele Luzzati é nato a Genova il 3 giugno 1921.
Dal 1944 ad oggi la sua attività poliedrica è un susseguirsi di produzioni nei più svariati ambiti della creatività artistica: dal teatro al cinema d’animazione, dall’opera lirica alle ceramiche d’arte, dalla cartellonistica alla illustrazione di libri per l’infanzia.
Nel teatro Luzzati svolge attività di scenografo e costumista proponendo, nella prosa, nell’opera lirica e nel balletto soluzioni ardite e originali che reinventano ogni volta nuove forme di teatralità, partendo dall’uso dello spazio, del colore, dei materiali. In ciascun campo Luzzati impone la sua genialità ottenendo ovunque riconoscimenti: oltre ai Premi Ubu per il teatro e per la scenografia e ai vari Stregatto per il teatro ragazzi, nel 1955 a Cannes e nel 1970 ad Albisola viene premiato per la sua attività di ceramista e nel 1982 ottiene due premi internazionali come illustratore, il premio Andersen-Baia delle Favole del Comune di Sestri Levante e il premio della Biennale di Bratislava.

http://www.enteteatrale.it

Immagine Danilo Curci
Helga Weissova, da Terezin i disegni di una bambina
di Danilo Curci – sabato, 27 gennaio 2007, 10:37

Helga Weissova: da Terezin i disegni di una bambina.

Zeichne, was Du siehst
Disegna ciò che vedi

51. L´opera in soffitta

L´opera in soffitta

Nonostante le condizioni inumane, a Terezìn la vita culturale era ricca.
Serate letterarie, concerti, recite e conferenze si svolgevano nei dormitori, nelle soffitte e nei cortili. C´erano molti artisti e scienziati a Terezìn; la cultura era ad un livello alto e la gente, compresi i bambini, ne erano profondamente interessati. Era una fonte di speranza e dava alla gente la forza di sopravvivere.
21,7×14,0 cm
Dicembre 1943
Matita

“Disegna ciò che vedi”, furono le parole di mio padre dopo che gli avevo portato di nascosto, all´interno del campo maschile, il disegno di un pupazzo di neve.
Era il dicembre 1941, poco dopo il nostro arrivo a Terezin.
Il pupazzo di neve sarebbe rimasto il mio ultimo disegno veramente infantile. Spinta dalle parole di mio padre mi sentii chiamata, da quel momento in poi, a rappresentare nei miei disegni la vita quotidiana del Ghetto. Queste immagini, che mi avrebbero profondamente segnato, hanno posto fine alla mia infanzia. Quasi tutti i miei disegni li ho realizzati nell´ “alloggio delle ragazze” L410, dove avevo un posto nel piano di mezzo di un letto a castello di tre piani, proprio di fianco alla finestra, da cui vedevo la strada. Tenendo un blocco sulle ginocchia disegnavo dal mio letto tutto quello che vedevo e vivevo. Solo alcuni disegni li ho fatti all´aperto, per strada e nei cortili delle baracche. Nel trasporto verso Terezin avevo portato con me un blocco da disegno, una cassetta di acquerelli, pastelli e matite colorate. I colori mi durarono per quasi tre anni. Il prezioso blocco da disegno che avevo portato da casa era finito presto e in seguito ho usato qualsiasi tipo di carta mi fosse possibile trovare. In questo modo ho realizzato quasi 100 disegni.
Accanto alle immagini che documentavano la vita quotidiana del Ghetto, annotavo le mie esperienze personali. Quando nel 1944 fui deportata ad Auschwitz con mia madre, tre giorni dopo la partenza di mio padre per la stessa meta , lasciai i disegni e il diario in custodia a mio zio, che li nascose e riuscì a salvarli. Subito dopo la Liberazione, nell´estate del 1945, quando i ricordi erano ancora vivissimi nella mia mente, ho completato i miei ricordi di Terezin e ho descritto ciò che sperimentai nei Lager successivi, dove non ebbi più la possibilità di disegnare o scrivere.
Non c´è nessuna fotografia relativa a quei giorni, pertanto i disegni ne sono l´unico documento visivo.
Spero di avere fornito in questo modo una viva, convincente e durevole testimonianza, che possa contribuire a non far cadere il passato nell´oblio e a impedire il ripetersi di qualcosa di simile!

http://www.iccalcinate.it

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Fotoarchiv Buchenwald, seit 26.1.2007 online
di Danilo Curci – sabato, 27 gennaio 2007, 10:22
BUCHENWALD – Sabato 27 gennaio ricorre la Giornata della memoria per commemorare le vittime del nazismo e dell’Olocausto. Esattamente il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa – durante la loro avanzata verso Berlino – arrivarono nella cittadina polacca di Oświęcim (Auschwitz) e si trovarono di fronte al suo tristemente famoso campo di sterminio, liberandone i pochi superstiti e rivelando al mondo l’orrore del genocidio nazista. Il 16 aprile venne liberato anche il campo a Buchenwald. Per l’occasione la Fondazione per memoria del campo di concentramento di Buchenwald ha messo ora in rete l’archivio digitale storico delle immagini. «Le foto sono una testimonianza storica che ci ricordano quei tristi anni», ha detto il responsabile della fondazione Stiftung Gedenkstätten Buchenwald und Mittelbau-Dora. L’archivio è composto di oltre 10 mila immagini scattate tra il 1937 e il 1945, all’interno, durante e dopo il massacro nei vari campi di concetramento. L’archivio è composto di immagini amatoriali, di agenzie stampa dell’epoca e scatti fatti dai soldati nazisti e dai deportati stessi. Nel campo di concentramento di Buchenwald morirono oltre 56 mila persone, solamente 21 mila furono i sopravvissuti liberati.

Corriere della Sera, 27 Gennaio 2007

http://www.buchenwald.de/

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Generation Gap
di Danilo Curci – venerdì, 26 gennaio 2007, 11:50

Wednesday, January 24, 2007

Generation Gap

telecommunications.
This cartoon is not as “surface” a joke as it seems. The “gap” between generations is not just the naturally different views of life as seen through the eyes of the younger or older viewer. It is also because of the different times that we’ve lived through.I was a kid when the Nazi extermination camps were liberated, and later when the State of Israel was declared. I was an adult during the six-day war in 1967 and the 1973 Yom Kippur War. Most of us see events that took place before we were born through the eyes of history writers and not as current events. It was to get around that problem that I decided to run “golden “oldies” every week. And whether you are “old enough to remember” or young enough to be surprised, I hope you enjoy and are somehow enlightened by reading them.

Oh, and the phone without the dial or the buttons:


The entire front surface of the new i-phone is a touch screen. No cord. No dial. No buttons.

the Dry Bones Blog

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Anna Frank: lettere del papà, scomparse e ritrovate
di Danilo Curci – venerdì, 26 gennaio 2007, 09:57

Da un archivio Usa le inascoltate richieste
di aiuto che Otto lanciò per la sua famiglia

Le lettere perdute del papà di Anna Frank

dal nostro corrispondente ALBERTO FLORES D’ARCAIS

La Repubblica, 26 Gennaio 2006

Anna Frank

NEW YORK – Il 30 aprile del 1941 Otto Frank e la sua famiglia vivevano ancora alla luce del sole.Leggi il resto dell’argomento (832 parole)…

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Primo Levi e la sua Strada
di Danilo Curci – giovedì, 18 gennaio 2007, 23:08

http://it.wikipedia.org/wiki/Primo_Levi

Survival at Auschwitz movie

This movie was created for the project on the book, Survival in Auschwitz by Primo Levi, that we are reading in my AP European History class. I hope you all enjoy it and possibly learn from it:

http://video.google.it/videoplay?docid=-1514685516113068508

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Primo Levi’s ‘Story of Carbon’ by Chitraleka Dance Company

Excerpts from a dance production based on Primo Levi’s account of the Carbon molecule in his book ‘The Periodic Table’

http://www.youtube.com/watch?v=spTuInNm2Iw

http://www.youtube.com/results?search_query=Primo+Levi

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FESTA DEL CINEMA DI ROMA
Ferrario firma ‘il viaggio di Levi’
Sbarca il genere ‘documentario’
Il festival capitolino accoglie il secondo film italiano. ‘La strada di Levi’, definito dal regista ‘una scommessa’, ricostruisce il viaggio di Primo Levi descritto nel libro ‘La tregua’ e ripreso nell’omonimo film dal maestro Rosi

FESTA DEL CINEMA DI ROMA Roma, 19 ottobre 2006 – “Il documentario in Italia è una realtà vivissima, bisogna avere il coraggio di dargli un’occasione. Abbiamo investito molto in questo “documentario di creazione”, proprio perché andasse in sala come un film e vorrei che fosse una scommessa vinta”. Queste le parole di Davide Ferrario (nella foto a sinistra), regista e coproduttore del film-documentario in concorso alla Festa del Cinema “La strada di Levi”, intervenuto oggi dopo la proiezione del suo lungometraggio, insieme allo sceneggiatore Marco Belpoliti e a Carlo Macchitella, direttore generale di Rai Cinema e presidente di 01 Distribution.

Il film ricostruisce il viaggio di ritorno a casa di Primo Levi descritto nel suo libro “La tregua”: Levi, nel 1945, parte da Aushwitz e ritorna a Torino passando per la Polonia, l’Ucraina, la Moldavia, la Romania, l’Ungheria, la Slovacchia, l’Austria, la Germania per arrivare finalmente in Italia. Sessant’anni dopo, Davide Ferrario e Andrea Belpoliti compiono lo stesso viaggio nell’Europa post-comunista, mostrando i resti dell’impero sovietico, Chernobyl, i raduni neo-nazisti, i villaggi dei poveri migranti.

Primo Levi scrisse “La tregua” agli inizi degli anni ’60 , in un momento di tregua storica, appunto, tra la seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. “Anche noi abbiamo vissuto un momento simile tra il crollo del muro di Berlino e l’11 settembre – dice il regista – La cosa più difficile è stata reperire del materiale su Primo Levi in cui lui non parlasse, perché volevamo mostrare il suo volto, il suo sguardo senza che si sentisse la sua voce”. (Nel film la voce narrante è di Umberto Orsini).

“All’inizio sono stato entusiasta del progetto – ha detto Ferrario – ma poi ho avuto paura di confrontarmi con uno scrittore del calibro di Primo Levi. Abbiamo fatto questo viaggio accompagnati dalle pagine del suo libro e rileggendole ci siamo resi conto che i suoi pensieri, le sue emozioni erano le stesse che noi abbiamo provato”. Un’esperienza nuova per chi come lui non è abituato a viaggiare, che l’ha portato a scoprire un mondo a parte, quello della Bielorussia dove “la globalizzazione per fortuna non arriverà mai, perché non ha alcun interesse a farlo”.

“Questo non è un film ideologico – ha detto Marco Belpoliti che ha curato l’edizione delle opere di Primo Levi – ma di viaggiatori. La sceneggiatura è nata dalle nostre discussion i su “La Tregua” unite al montaggio che ci porta continuamente tra passato e presente”. Per realizzare quello che di fatto è un road-movie senza attori, improntato soprattutto sull’esigenza di una ricerca, ci sono voluti tre anni. “La strada di Levi” è prodotto da Rossofuoco e Rai Cinema, distribuito da 01 Distribution e uscirà nelle sale a gennaio del 2007.

http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net/chan/musica:5441682:/2006/10/19:

La Stampa

http://www.lastampa.it/Torino/cmsSezioni/CINEMA/200701articoli/1028girata.asp

Trailer (mediaplayer)

http://www.youtube.com/watch?v=jrC7PPwpp2s

Immagine Danilo Curci
Nessuno si oppose al viaggio del treno, nessuno bombardò le ferrovie per impedirne l’arrivo. Milano, 1944, Binario 21
di Danilo Curci – martedì, 16 gennaio 2007, 23:22
Milano, 27 gennaio 2005

Annunciato dal presidente della Comunità ebraica di Milano, Roberto Jarach e dal presidente dell’Associazione Figli della Shoah Marco Szulc che il memoriale si farà.
Infatti la società Grandi Stazioni e le Ferrovie dello Stato hanno accolto il progetto presentato dal Comitato Binario 21 e realizzato dagli architetti Guido Morpurgo ed Eugenio Gentili Tedeschi.

http://www.binario21.org

Il 30 gennaio 1944 dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano una umanità dolente, composta di cittadini italiani di religione ebraica di ogni età e condizione sociale, veniva caricata tra urla, percosse e latrati di cani su vagoni bestiame.
All’alba di una livida domenica invernale più di 600 persone avevano attraversato la città svuotata partendo dal carcere di San Vittore su camion telati e avevano raggiunto i sotterranei della Stazione Centrale con accesso da via Ferrante Aporti.
Tutti loro, braccati, incarcerati, detenuti per la sola colpa di esser nati ebrei partivano per ignota destinazione. Fu un viaggio di 7 giorni passati tra sofferenza e ansia.

I bambini da 1 a 14 anni erano più di 40, tra di loro Sissel Vogelmann di 8 anni e Liliana Segre di 13. La signora Esmeralda Dina di 88 anni era la più anziana.
All’arrivo ad Auschwitz la successiva domenica 6 febbraio circa 500 fra loro vennero selezionati per la morte e furono gasati e bruciati dopo poche ore dall’arrivo.

Dal binario 21 era già partito un convoglio con quasi 250 deportati il 6 dicembre del 1943, ne sarebbero partiti altri fino a maggio del 1944.

Il binario 21 è ancora lì. Oggi in disuso e forse destinato ad essere soppiantato da un centro commerciale o da una discoteca.

Per offrire a Milano e alle sue giovani generazioni un memoriale della Shoah e un centro multimediale per la prevenzione del pregiudizio, del razzismo e dell’antisemitismo è dunque nato un comitato composto da enti e professionisti che trasformeranno questo sotterraneo in un luogo di meditazione e di vita.

Già centinaia di milanesi hanno firmato per la loro adesione a questa iniziativa che darà alla nostra città un luogo della Memoria alla Stazione Centrale.

Aiutiamo i nostri più giovani concittadini a crescere in un mondo più solidale e libero dal pregiudizio.

Contro gli orrori della storia recente, contro l’oblio, contro l’indifferenza, per un futuro migliore vi chiediamo di dare la vostra adesione alla raccolta di firme per il Memoriale della Shoah a Milano.


MILANO – «Nessuno si oppose al viaggio del treno, nessuno bombardò le ferrovie per impedirne l’arrivo. Ad Auschwitz ho lasciato la mia famiglia, i mie sogni di ragazzina e sono diventata vecchia». Con queste parole Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio, ha concluso, fra la commozione generale, l’inaugurazione del Memoriale della Shoah a Milano, alla presenza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato ha definito gli eventi di allora «una delle più brutte lezioni della storia contemporanea».

DEPORTATI – Il 30 gennaio 1944 Liliana Segre a 13 anni fu caricata con una «violenza inaudita, fra bastonate e irrisioni» su uno dei treni che partivano verso la morte dal binario 21 della stazione Centrale di Milano: su 605 persone solo una ventina fecero ritorno. I deportati venivano stipati in due stanzette sotterranee e poi caricati su vagoni piombati che, con un montacarichi, venivano portati al livello del binario. Nessuno si accorgeva di nulla. Qui verrà realizzato il Memoriale, per volontà di Comune e Provincia di Milano, Regione Lombardia e Ferrovie dello Stato, con la collaborazione delle comunità e delle associazioni ebraiche. «Il binario 21 è un simbolo di barbarie», ha sottolineato il sindaco di Milano, Letizia Moratti, «ma oggi deve diventare un luogo di incontro di civiltà e di dialogo».

http://www.corriere.it

La storia e la cultura bresciane, oggi e negli scorsi millenni, a partire dalla colonizzazione camuna e celtica, seguita da quelle etrusca, romana, longobarda, veneta, francese, spagnola, austriaca e italiana, ha delle particolarità tali da rendere davvero speciale il territorio delle Tre Valli (Camonica, Trompia e Sabbia, e della pianura, delle montagne e dei laghi (Iseo, Garda, Idro, Ledro e gli incantevoli laghetti alpini)
Brescia Piazza Loggia in Second Life

Brescia Piazza Loggia in Second Life

Non solo fin dalla più remota antichità (5-7000 anni orsono) si sono qui intrecciati interessi minerari (estrazione del ferro e di altri preziosi minerali) e dunque artigianali e industriali, con i pascoli alpini (la malga, l’alpeggio) e l’agricoltura della campagna che si estende verso i territori di Mantova e Cremona, ma la posizione geografica stessa, all’incrocio tra popoli ed etnie di provenienza diversa hanno favorito il confronto e lo scambio fino a costituire ancor oggi le basi della pacifica convivenza di genti provenienti dai quattro angoli del globo, dopo che per secoli i bresciani sono stati loro stessi migranti, praticamente ovunque.

Questo ha favorito anche il convergere nel territorio bresciano di arti e artisti: lo si puo’ facilmente scoprire dall’architettura di Brescia, con il suo cuore romano, ma anche veneto e toscano – rinascimentale, e però anche girovagando per le valli, nei più sperduti paesini.

Brescia che verra, in Second Life

Brescia che verra', in Second Life

Come Marmentino, ad esempio, il cui toponimo rimanda forse al carcere Mamertino presente nell’antica Roma, da cui i colpevoli di reati più gravi venivano damnati ad metalla, ovvero spediti a cavare ferro in Valle Camonica e in Valle Trompia, come testimoniano, tra l’altro, i pochi resti intatti delle antiche strade romane che attraversavano, in quota, longitudinalmente le valli alpine.

Intorno all’anno 1000. Marmentino e i comuni limitrofi dell’Alta Valle Trompia (a nord di Gardone) furono tra i primi a rivendicare le proprie autonomie federandosi in comunità (una nobile famiglia, le donne di Fusio, di origine valsabbina, donarono al comune di Marmentino il proprio territorio, ad esempio), e queste autonomie furono a lungo riconosciute e tutelate dalla Serenissima Repubblica di Venezia

Il carteggio della famiglia Zubani

Venerdì 16 gennaio scorso nella chiesa parrocchiale dei SS. Cosma e Damiano di Marmentino è stato presentato ufficialmente il volume relativo al carteggio della famiglia Zubani; relatori il sindaco Mario Nicolini, il presidente della Provincia architetto Alberto Cavalli, il professor Sandro Fontana docente universitario a Brescia, la professoressa Piera Tomasoni docente universitaria a Pavia e il professor Idelfonso Corini assessore alla cultura della Comunità Montana di Valle Trompia, coordinatore Carlo Sabatti

Pubblicato il pregevole ed inedito carteggio della famiglia Zubani dagli ultimi decenni dell’800 alla metà del ’900 – curatrice la professoressa Elena Pala Zubani. Il volume edito dalla Com&Print di Brescia è stato voluto dall’Amministrazione Comunale di Marmentino.

Nella premessa al libro, davvero prezioso, Mario Nicolini, sindaco da un decennio, fratello del compianto mons. Giulio (vescovo di Cremona), rimarca le caratteristiche dell’operoso e solatìo Comune montano di Marmentino, la cui vita riemerge significativamente nelle pagine delle missive degli Zubani e dei loro corrispondenti: «A Marmentino, con le contrade di Ville, Dosso e Ombriano – scrive lo storico Carlo Cocchetti nel volume “Brescia e sua provincia” (p. 271), edito a Milano nel 1858 – «si raccolgono noci e funghi d’antana. […] L’Oratorio dell’Assunta a Dosso venne edificato nel XIV secolo, e unito alla parrocchiale nel 1459.
La cartolina inviata da Ippolita Zanardelli, sorella del celebre statista bresciano, a Cicino ZubaniLa parrocchia ha quadri dei tre nostri migliori cinquecentisti».
Nel 1898 Gustavo Strafforello in “La Patria – Geografia dell’Italia – Provincie di Bergamo e Brescia” (p. 352) specifica che il territorio del Comune di Marmentino, con 786 abitanti, «si trova nell’interno dell’alta Val Trompia, alla sinistra del Mella e sulle scoscese pendici del monte Ario (1757 m.), dividente questa vallata dalla contigua Val Sabbia. Il Comune di Marmentino è assai frazionato. – Marmentino, villaggio capoluogo, non conta più di 230 abitanti e trovasi a 825 metri sul livello del mare. Ha una discreta chiesa parrocchiale», con «una pala d’altare di buonissima scuola, attribuita al Tiziano, ma più probabilmente opera del Moretto. Altro dipinto, non privo di pregio, in questa chiesa è un Sant’Antonio, assai guasto e dovuto al bresciano Lattanzio [Gambara]. Frazioni di questo Comune sono: Ombriano (891 m.) e Ville (825 m.). […] Santo Zubani, poeta dialettale bresciano, maestro elementare e segretario comunale di Marmentino, tra le vie di Dosso di Marmentino
Il suolo di Marmentino è abbastanza fertile: dà frumento, segala, canapa, patate, barbabietole ed altri prodotti. Ha ricche boscaglie cedue e d’alto fusto, nonché estesi pascoli, dai quali è assai favorito l’allevamento del bestiame, industria principale del luogo».
Marmentino è il paese d’origine degli Zubani, il cui carteggio è valorizzato in questa edizione che è testo di acuta umanità ed insieme di storia ‘nostra’ dagli ultimi vent’anni dell’800 agli anni Quaranta del secolo scorso. L’Amministrazione Comunale di Marmentino è orgogliosa di quest’opera che vuol essere un omaggio alla gente di questo borgo della Valle del Mella, povero nella sua economia montana di sussistenza che ha costretto molti ad emigrare per lavoro, ma ricco di opere d’arte, come ricordano gli storici citati. Basterà nominare la mirabile pala maggiore del Redentore con i SS. Cosma e Damiano, ora concordemente attribuita al grande Moretto da Brescia, lo stupendo S. Antonio abate, già assegnato al Gambara, ma – liberato dalle ridipinture che l’avevano sfigurato – più giustamente dato al Bonvicino ed il raffinato quadro della Madonna del Rosario di Pietro Maria Bagnatore, opere conservate nella parrocchiale dei SS. Cosma e Damiano, e poi la deliziosa tela di S. Rocco di Ombriano e la meravigliosa pala dell’Assunta del Dosso, entrambe firmate dal Bagnatore. La cartolina inviata da Jeannette a Peppino Zubani nel 1914
Proprio al Dosso vivevano gli Zubani del carteggio. Non è casuale la pungente nostalgia di Cenzo che dalla Sardegna dove lavorava come chimico sogna le feste grandi celebrate al Dosso per l’Assunta. Il maestro e poeta Santo – tra l’altro – parla delle sue esperienze come insegnante elementare e come segretario comunale nel suo paese natio; intensa anche se breve è l’esistenza di Peppino, addolcita dal tenerissimo amore di Jeannette, personaggio di sublime delicatezza; don Franco è combattente e cappellano militare; Teresa Mazzoldi, sposa di Santo, è cugina degli Zanardelli, tra cui spicca l’onorevole Giuseppe, presidente del Consiglio. Non mancano cenni al grande statista, la cui famiglia era originaria di Collio, ed ai liberali zanardelliani. Un mondo di affetti, di difficoltà, di accettazione delle fatiche del vivere, di speranze e sogni, piccolo e grande universo d’un paese di montagna, in cui pulsano le ragioni della fede e la religione del lavoro.
Siamo profondamente grati alla professoressa Elena Pala Zubani che ha voluto donarci un’opera così viva e fonte di arricchimento umano e culturale.
Commoventi la cura e la passione dedicate all’interessantissimo carteggio che fissa negli annali della storia vicende emblematiche dell’antica terra di Marmentino, di cui la sua gente è legittimamente orgogliosa».
Fabio Ferraglio, sindaco di Sarezzo, nuovo presidente della Comunità Montana che ha patrocinato l’opera, sottolinea: «Così vera e viva appare la nostra Valtrompia fra le righe delle centinaia di lettere dell’epistolario Zubani. Questo mi è parso, fra i molti, il pregio più significativo della splendida opera curata dalla professoressa Elena Pala Zubani e voluta dall’Amministrazione Comunale di Marmentino. Uno sguardo dall’interno, una descrizione non stereotipata, uno spaccato di vita vissuta che fa riecheggiare, in tutti noi, il richiamo di una storia che, seppure un po’ distante cronologicamente, ci appartiene e ci accomuna.
Il tono familiare, le espressioni di delicata intimità, la commozione che pervade le missive dal fronte: tutto, in questo epistolario, evidenzia la grande umanità, l’attaccamento ai valori di sempre tipico della nostra gente. Una sorta di filo rosso che attraversa e unisce le generazioni di valtrumplini.
Un cenno doveroso alla documentazione fotografica così straordinaria e per certi versi sorprendente che ci riconsegna un mondo forse troppo presto dimenticato e che merita di venire riscoperto e offerto alla riflessione e all’analisi delle nuove generazioni.
Alla professoressa Elena Pala Zubani, a Mario Nicolini e alla sua amministrazione, va il ringraziamento della Comunità Montana di Valle Trompia per averci regalato un dono così particolare e prezioso».
L’architetto Alberto Cavalli, presidente dell’Amministrazione Provinciale di Brescia, che pure è sponsor dell’importante pubblicazione, ha voluto specificare le peculiarità dell’opera, data accuratamente alle stampe e ricchissima di riferimenti di storia e profonda umanità: «Un’edizione di fonti è sempre un’opera culturale pregevole, non solo perché mette a disposizione contenuti di conoscenza poco noti o difficilmente accessibili, ma soprattutto perché consente ad una comunità di riconoscersi nel passato che le è proprio. Il vasto territorio bresciano custodisce, nella varietà delle sue forme e nella suggestione di suoi paesaggi, un patrimonio culturale ricchissimo, in larga parte ancora da scoprire», rileva il presidente Cavalli, aggiungendo: «Le opere e i giorni del maestro e poeta Santo Zubani, della moglie Teresa Mazzoldi, dei loro figli e delle sorelle del grande statista bresciano Giuseppe Zanardelli – del quale ricorre il primo centenario della morte, che la Provincia ha celebrato con una prestigiosa mostra al Vittoriano di Roma e nei luoghi bresciani che hanno inciso nella sua vita di politico e giurista – rivivono, dunque, in questo epistolario, amorevolmente edito e commentato dalla professoressa Elena Pala Zubani di Marmentino.
Si tratta di uno squarcio di grandissimo interesse che documenta – attraverso la corrispondenza privata dei Mazzoldi, degli Zubani e dei cugini Zanardelli – le vicende umane della provincia bresciana, tra la fine dell’Ottocento e l’intero Novecento.
Sullo sfondo c’è l’alpestre, solatio e bellissimo paese di Marmentino, in Alta Valtrompia. Non mancano accenni a Irma, Gardone, Tavernole, Brescia, Bergamo e Milano, luoghi che hanno raccolto le tracce del tempo, i personaggi, le loro vicende e consuetudini.
Esemplari e di grande rilevanza sono le missive che Cenzo Zubani inviò dalla Sardegna, nelle cui miniere lavorò tredici anni come chimico. Struggente, appassionato e tragicamente breve l’amore tra Jeannette, affascinante e misteriosa giovane milanese, e Peppino Zubani, scomparso all’età di ventitré anni. Commoventi le lettere dal fronte del sacerdote valtrumplino, don Franco Zubani, detto Cicino, che testimoniano ansie, dolori, nostalgia pungente per l’amatissima “piccola patria” di Marmentino, la terribile sofferenza causata dal distacco dai propri familiari durante la prima guerra mondiale.
Altrettanto coinvolgente il capitolo sulle vicende di don Franco, tenente cappellano militare in Africa Orientale durante la seconda guerra mondiale: un susseguirsi di episodi, lieti e tristi, a scandire le esistenze, indubitabilmente sorrette dalla fede in Dio.
Il volume, denso di note puntuali e di riferimenti bibliografici, è arricchito da splendide immagini e vecchie fotografie che fanno rivivere molti aspetti di un mondo ormai sbiadito. Prezioso approfondimento di un periodo storico che fa compendio di una comunità che ritrova le ragioni dello stare insieme.
Ad Elena Pala Zubani il merito, nato da un appassionante attaccamento a Marmentino ed alla Val Trompia, di aver tratteggiato un affresco carico di ricordi, di nostalgia e di vita vera».
La presentazione del libro, edito ‘per felice iniziativa’ del Comune di Marmentino, è dovuta alla professoressa Piera Tomasoni, docente presso l’Università di Pavia, la quale sostiene che: «Il carteggio Zubani, di ambiente piccolo borghese, relativamente benestante, non entra nell’universo popolare in senso proprio: ma ciò non toglie nulla al suo interesse.
Da queste lettere, dovute a vari corrispondenti e addensate soprattutto nell’arco di anni compreso tra il 1890 e gli anni Venti del secolo scorso, emerge uno spaccato significativo della vita e delle aspirazioni della classe media della provincia bresciana: attiva e tenace nella costante ricerca di migliorare la propria condizione, laboriosa, ottimista, e profondamente legata ai valori della famiglia, della fede e delle proprie tradizioni.
Le voci che qui si susseguono, oltre a quelle di Santo e della moglie, sono quelle di tre dei loro quattro figli: Don Franco, con lettere degli anni giovanili di studente a Brescia, e poi del servizio militare sui fronti della prima guerra mondiale, fino alla prigionia in Kenya, durante la seconda, testimoniata in sintetiche ed efficaci note di diario; Cenzo, che lavorò per molti anni come chimico presso le miniere di Ingortosu, in Sardegna; Peppino, volontario durante la Grande Guerra e morto giovane, di tubercolosi.
Spiccano tra tutte, a mio parere, le lunghe, bellissime lettere dalla Sardegna di Cenzo, che si alterna, nello scrivere, con la moglie Teresa. Si leggono come un romanzo, che racconta dell’impegno, delle difficoltà, dei sacrifici e dei frequenti momenti di sconforto in un ambiente sentito così lontano ed estraneo, qualche volta ostile, dai due giovanissimi emigranti; ma che dice anche delle speranze e del calore affettuoso, che viene dal colloquio quasi quotidiano con i parenti lontani, e che alimenta la voglia e la capacità di andare avanti.
Si apprezza anche la scrittura, ricca, pastosa nelle lunghe e particolareggiate descrizioni dei luoghi, e spontaneamente efficace nel resoconto, spesso minuzioso, di una vita e di una mentalità così diverse da quelle del “Continente”.
La curatrice del volume, Elena Pala, una giovane e promettente studiosa, che ha anche, e prima di tutto, il merito di aver ritrovato il carteggio, trascrive gli originali con cura e fedeltà, rispettosa anche delle piccole scorrettezze che talora sfuggono a questi scriventi, ben scolarizzati e complessivamente al di fuori del dominio popolare.
Lo studio dettagliato di queste importanti testimonianze della scrittura comune, colta a un livello non basso, sono oggetto di una fase della sua indagine tuttora in corso, che offrirà un utile contributo anche da questo punto di vista.
A Elena Pala, che si è assunta con competenza ed entusiasmo l’impegno della ricerca, e alle Istituzioni, che con intelligente lungimiranza hanno promosso la pubblicazione di un volume importante, i rallegramenti per i risultati conseguiti. Ai lettori, il piacere di una bella riscoperta», gradita grazie anche alle stupende cartoline d’epoca e ad alcune riproduzioni a colori, di grande suggestione e pregio, che impreziosiscono il volume, la cui rilevanza travalica la Valle del Mella.

Carlo Sabatti

http://www.giornalevaltrompia.com/archivio

Memoria e memorie Alcune pagine di Margherita Mezan

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IL SACERDOTE Don Bussa, il prete dell’ Isola, nascose sette bambini

«F acciamo così: io esco un attimo, lascio qui, sul tavolo, queste quattro carte di identità. Quando torno penso che non ci saranno più». Giacomo Bassi, segretario comunale a Canegrate è nel suo ufficio e ha di fronte la famiglia Contente, papà, mamma, tre figli, Abramo, Sara e Nissim, 17 anni. Col nuovo nome fittizio diventeranno i De Martino. Nissim oggi di anni ne ha 68 e del suo salvataggio e dei tremendi momenti vissuti dopo l’ 8 settembre ricorda ogni cosa. «Gli dicemmo tutto. Chi eravamo, la nostra disperazione per la fallita fuga in Svizzera. Lui mise a repentaglio il suo lavoro e la sua vita per aiutarci, ospitandoci nella scuola del paese per 18 mesi, fornendoci tessere annonarie per sfamarci». Quello di Giacomo Bassi è uno dei 32 nomi emersi dall’ archivio – curato da Luciana Laudi – del Centro di Documentazione Ebraica (Cdec) di Milano e oggi esposti a Palazzo Reale. Insieme a Bassi altri milanesi sono «Giusti fra le Nazioni». «Vale a dire persone che hanno messo a repentaglio la propria vita – segnalati dagli stessi salvati che presso un notaio documentano l’ operato del salvatore – e poi riconosciuti dall’ Istituto Yad Vashem di Gerusalemme. Sono storie di persone qualsiasi che hanno aiutato in modi diversi gli ebrei perseguitati» spiega Liliana Picciotto Fargion, storica del Centro. Gli altri, altrettanto «Giusti» sono ufficialmente «Benemeriti nell’ Opera di Soccorso». Uno di questi è Paolo Pellizzola, soccorritore della famiglia Lopez. Siamo nell’ ottobre ‘ 43, Milano è sotto l’ angoscia del suo primo bombardamento. «La nostra casa in piazza Ferravilla confinava con una postazione della Wehrmacht – racconta Piera Pellizzola, figlia di Paolo -. Sì, si può dire che gliela facevamo proprio sotto il naso. In casa abbiamo ospitato persone diverse, rifugiati politici, gente evasa da San Vittore e quando papà ha incontrato Sabatino Lopez ha invitato anche lui e la moglie». «Eravamo sfollati ad Arona, all’ Albergo Italia – conferma il figlio Guido Lopez -. Io sono scappato in Svizzera, loro sono rientrati a Milano, si sono barricati in casa fino a quando il portinaio li ha avvisati che i tedeschi li stavano cercando. Poi, ecco il “miracolo”, l’ intervento della famiglia Pellizzola». Anche la storia di Don Eugenio Bussa, sacerdote all’ Isola (riconosciuto «Giusto» nel 1990, un bosco di 5.000 alberi a Yatir, nel Neghev, l’ intestazione del cavalcavia che attraversa la Stazione Garibaldi) racconta del riparo ottenuto da sette bimbi ebrei – a cui furono dati nomi cattolici – nella colonia di Serina in Val Brembana. «Non lo sapeva neanche il direttore, Vismara, anche se forse lo intuiva visto che i piccoli non seguivano la liturgia. Ma ha taciuto anche lui» racconta Armando Forno, presidente dell’ Associazione intitolata al sacerdote che «appena in tempo, è morto un anno dopo» ha rintracciato in Israele Alberto Fazio, uno dei piccoli. Margherita Mezan

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«Noi, testimoni della Shoah»

Ricorrenze / I ricordi dei sopravvissuti mentre si prepara, sabato, la Giornata della memoria. In sei giorni 4 mila persone alla mostra documentaria di Palazzo Reale. Liliana Segre: “Quando tornai da Auschwitz il portinaio mi scambiò per un’accattona”

di Margherita Mezan

Al carcere di San Vittore un intero raggio, il quinto, era riservato a loro, gli ebrei, milanesi e non: dopo l’ 8 settembre, con la firma dell’Armistizio e i tedeschi nell’ Italia del nord, la «caccia» è ormai spietatamente ufficiale, i rastrellamenti all’ordine del giorno. E della notte. La macchina dello sterminio, mezzi e burocrazia, è così perfetta da non lasciare scampo e dei circa 7.000 ebrei italiani deportati, solo 610 faranno ritorno. A Milano, ma anche Como, Varese, gli ebrei vengono raccolti per essere poi dirottati, in camion chiusi, alla Stazione Centrale: lì i treni speciali sono pronti, treni «merci», ma con un carico umano di 600, 700 persone per volta, tutti da «piombare». «Ma noi non li vedevamo se non all’ultimo quando i vagoni venivano alzati dai montacarichi», racconta Liliana Segre che a 13 anni entra da sola, piangendo, nel carcere di Varese. Poi con il papà arriva a Milano. «A San Vittore, mai un’ora d’aria, esistevano ancora i raggi a “ballatoio” e la mattina della deportazione, il 30 gennaio 1944, i soli a salutarci furono i detenuti comuni. Si sporgevano dalle celle per benedirci, lanciarci un frutto, stringerci una mano. Il camion ha attraversato all’alba una città deserta, è transitato all’angolo tra via Carducci e corso Magenta, dove abitavo. lo, spiando dalla tenda che chiudeva il cassone ho salutato la mia casa». Una casa che, al ritorno da Auschwitz, non ritroverà. «Nell’agosto 1945 – racconta ancora Liliana Segre, milanese da generazioni, il nonno Giuseppe fondatore nell’ 800 della Croce Verde, papà e zio ufficiali dell’esercito e gran patrioti – arrivata su un altro camion, stavolta americano, sono scesa in piazzale Cadorna. Con me c’era un’altra ragazza, Graziella Cohen: qualcuno ci offrì l’elemosina. E anche il portinaio della ma casa ci scambiò per accattone e, scacciandoci dal portone, non ci permise di entrare. Fu solo grazie ad altri inquilini che riuscii a farmi riconoscere”. Questa mattina Liliana Segre, sopravvissuta ad Auschwitz, incontrerà il pubblico nella Sala della Provincia di via Corridoni,14, dove verrà proiettato, alle ore 9.30, il film di Silvia Brasca «Meditate che questo è stato». E, alle ore 17, ci sarà un altro incontro alla Libreria Einaudi (via Festa del Perdono 12). Pochi lo sanno, ma quel che ancora resta dei tempi delle persecuzioni sono i montacarichi della Stazione dove, due anni fa, all’altezza dell’ ultimo binario sulla destra, è stata apposta – su iniziativa della Comunità di Sant’Egidio – una lapide commemorativa. Se qui e altrove in città i «luoghi della memoria» appaiono defilati, centralissimo è invece Palazzo Reale nelle cui sale, fino al 19 febbraio, viene ospitata la mostra «Per non dimenticare la Shoah», che propone documenti e testi di ricerche meticolose da Gianfranco Moscati», spiega Marco Szulc, presidente di «Figli della Shoah», l’associazione promotrice. Ed è lo stesso Gianfranco Moscati, classe 1924, che spesso guida gli studenti in visita alla mostra (hanno prenotato 220 classi per un totale di almeno 6 mila alunni, mentre finora sono entrate 4 mila persone) nel percorso della memoria, fra le immagini delle vessazioni quotidiane, lettere censurate, i manifesti con le caricature grottesche e repellenti degli ebrei, le cartoline antisemite, le vecchie foto dei campi di sterminio, le tracce delle persone fatte scomparire.

http://digilander.libero.it/francescocoluccio/corriere/12.memoria.2001.htm
Mezan Margherita

Pagina 55
(22 gennaio 2003) – Corriere della Sera

Voglio una vita tutta da scrivere

Dai diari «terapeutici» alle saghe familiari
Mezan Margherita

«Il mio più lontano ricordo è intinto di rosso». Sono le parole iniziali della trilogia autobiografica di Elias Canetti. Se non è necessario essere dei premi Nobel per decidere di scrivere di sé, questo incipit non va però dimenticato. Suggerisce com e sia sufficiente un colore – o qualsiasi suggestione degli altri cinque sensi – per iniziare a scrivere la propria autobiografia. E oggi pare davvero il momento buono per farlo: se da una parte si moltiplicano corsi ad hoc, dall’ altra si sta consol idando un’ attenzione specifica da parte di cinema e tv (presto in onda su Rai3 i «Diari della Sacher») letteratura ed editoria – oggi anche specializzata – per arrivare fino all’ Università. «La stesura può iniziare dalla cosiddetta scrittura automa tica, un “trucco” che si è rivelato infallibile. Si tratta di prendere carta e penna, o il Pc, e buttare giù per 5-15 minuti, tutto quello che viene in mente dei propri ricordi. Senza pause, ma anche senza punteggiatura o inibizioni di sorta, lasciandosi andare alle libere associazioni» consiglia Duccio Demetrio, autore di diversi libri in materia e docente di Teoria e pratiche autobiografiche alla Bicocca di Milano.

MEMORIA COLLETTIVA
– L’ autobiografia può anche inserirsi in un progetto di memoria collettiva. È il caso di diversi paesi (Busnago, Abbiategrasso) o esempi quali «La Milano della Memoria» (appena pubblicato a cura della Zona 1). Se qui sono i nonni «locali» a ricostruire tutta o in parte la vita vissuta sul proprio terr itorio, la richiesta è capovolta nel sito di www.diario.it. «Sono i nipoti che si raccontano in relazione ai nonni. E sono ormai più di trecento, italiani e non» racconta Giacomo Papi, coordinatore del progetto «La memoria lunga» di cui sta per uscir e un libro.

MODELLI
– Il più diffuso è il collage. Vanno bene materiali tra i più vari, appunti, cartoline o lettere, schizzi e scarabocchi infantili, diari ritrovati, o, ancora la raccolta degli sms. Si può anche arrivare a impostare un’ autobiograf ia per immagini, un vero «album». Bisognerà infatti raccogliere foto e selezionarle, scegliere didascalie o farle commentare, magari trasgredire ogni gerarchia posizionando un signor nessuno – il famigerato «ma questo chi è?» – proprio nella prima pa gina.

ARCHEOLOGIA FAMILIARE
– Una volta avvisati del progetto autobiografico, c’ è da giurarci, i parenti si scateneranno, si offriranno di portare il registratore per raccogliere le impressioni della (antipaticissima) cugina, di contattare tramite e -mail chi è lontano o, attenzione!, di boicottare la ricerca nei modi più subdoli, con grandi storiche balle. Ma l’ autobiografia non è solo faccenda da dynasty tradizionale. Le più nuove ed eccitanti sono proprio quelle dove la famiglia è intesa in senso allargato, amicale, professionale, persino associativo. Insomma, possono scrivere un’ autobiografia anche i single…

LE CENSURE
– È inevitabile che nella rievocazione emergano – e spesso sono i primi che si presentano – ricordi dolorosi, anedd oti spiacevoli. «Nell’ autobiografia ci si compromette in prima persona: scrivere di sé è terapeutico, ma implica un confronto, anche duro, con la parte più profondamente emotiva di ognuno di noi. Se poi quel che si vuol fare emergere appartiene alla nostra “doppia vita” meglio “velare” il racconto quasi fosse una fiction» chiarisce Demetrio.

LE ESPERIENZE
– C’ è chi ha scritto in proprio e chi ha seguito i corsi. «”Crispi traditore savoiardo” è il memento che ha lasciato il bisnonno borbonico a lla famiglia. Da lui sono passato ai nonni, alle verifiche con mio padre di 80 anni» racconta il milanese Salvatore Guida, 56 anni, pedagogista. «Ho fatto tutto da solo, ho ordinato le 150 pagine del materiale sotto forma di 15 lettere ai nipo ti. Qualche foto ben selezionata, il mio titolo («Giardino silano») ed eccomi alla pubblicazione con Unicopli». «Ho iniziato a tenere diari da quando è nato mio figlio, ma la vera e propria autobiografia è degli inizi del 2001, dopo la frequenza dei corsi di scrittura autobiografica» racconta Renata Rapa, ex insegnante elementare. «All’ inizio – prosegue – mi sembrava impossibile riuscire ad ordinare il lavoro, oggi sono di fronte a un fascicolo di trenta cartelle che ho scritto di notte e che h o fatto leggere soltanto a tre persone. È stato un bel percorso».

Margherita Mezan

Così s’ impara l’ arte
IL CORSO
Il Laboratorio di Scrittura autobiografica ( euro 100, inizio 31/1, 1/2 e 14/3 2003; Casa della cultura (via Borgogna 3 tel. 02.79.55.6 7)
L’ EDITORE
Sono già otto i titoli delle nuove Edizioni biografiche fondate da Paola Lazzarotto e Fiorenza Presbitero (02.36.56.05.37; 039.53.11.678  http://www.edizionibiografiche.it)

OVER SESSANTA

Idealisti e pacifisti del Novecento

Sesto San Giovanni, Stalingrado d’ Italia? Sì, ma soltanto nel tardo Novecento. Un secolo prima di diventare la rossa roccaforte dell’ operaismo, la città era una delle residenze estive preferite dalla borghesia milanese che, attratta dal clima salubre, vi costruì ville ed edifici residenziali. Questa è una delle tante, sorprendenti chicche storiche che si possono scovare nell’ ultimo lavoro di Aurelio Lepre «Storia degli italiani nel Novecento» (Mondadori, pp. 384, euro 18,00) in uscita in questi giorni. Ed è lo stesso, esplicito sottotitolo del volume, «Chi siamo, da dove veniamo», così come la ricca bibliografia, a farci intuire la ricerca dell’ autore nelle pieghe del nostro passato. I rimandi e le note spaziano infatti dalla medicina alla filosofia, dalla storia del costume ai film che segnano i diversi passaggi d’ epoca, fino all’ ufficialità dei documenti ministeriali. Ad esempio, sapete che nel 1901 fu il Milan a vincere il terzo campionato di calcio? O che il primo fu quello del 1898, in piena crisi politica? Oppure, per rientrare in un argomento di grande attualità, che già nel 1913 i «pacifismi» vennero definiti e classificati, da quello «idealista», all’ altro «socialista internazionale», fino a quello «plutocratico» degli uomini d’ affari? Che il «Manifesto della razza» del 1938 (firmato non solo da «scienziati», ma anche da Franco Savorgan e da Arturo Donaggio, rispettivamente presidenti dell’ Istat e della Società Italiana di Psichiatria) ebbe un precedente nell’ aprile del ‘ 37 con un documento che vietava ai coloni italiani i rapporti con le donne etiopiche? Attraverso i quindici capitoli del libro, le sue sorprese e curiosità, si passa così dal sogno dell’ impero alla nascita della Repubblica, dall’ emigrazione interna al benessere economico, dalle diverse «crisi» (la prima Repubblica, i partiti, Tangentopoli ecc.) all’ entrata in Europa. Tra programmi e dibattiti televisivi e non, il volume offre uno stimolo in più al grande interesse di oggi nei confronti della storiografia. Un interesse che sembra coinvolgere in prima persona proprio i nonni: «la storia siamo noi» sembrano riaffermare oggi tanti testimoni e protagonisti della terza età ed ecco, e non a caso, affiorare progetti quali quello («Storia e cultura locale») che ha appena finito di coinvolgere venti nonni e diverse classi elementari di Melzo (nella foto l’ arrivo del Giro d’ Italia nel 1911 ai Giardini Pubblici). Margherita Mezan

Mezan Margherita

Pagina 55
(25 febbraio 2003) – Corriere della Sera

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